mercoledì 7 settembre 2011

Criminal Minds non conosce la crisi del settimo anno.

La crisi del settimo anno? Non per Criminal Minds!



 In quest'intervista, tradotta da Grazia e rilasciata dai due attori durante il  Monte Carlo Television Festival, Thomas Gibson e Matthew Gray Gubler ci spiegano, secondo loro, perchè questa serie continua a mietere successi.


Seduti vicini, due dei protagonisti di Criminal Minds, Thomas Gibson (ovvero l'agente Aaron Hotchner) e Matthew Gray Gubler (il dottor Spencer Reid), non fanno che scherzare tra lo­ro, rubarsi le battute, completarsi le frasi a vi­cenda.

A un certo punto, alla domanda su chi dei due rice­va più lettere dalle ammiratrici, si guardano e in coro escla­mano: «Shemar!», intendendo Shemar Moore, l'attore che veste i panni dell'agente speciale Derek Morgan.



Quella che segue è una scena esilarante: Gibson chiama Moore al cel­lulare per confermare la questione fan. Peccato che il pove­retto si trovi a Miami e quindi sia - visto che lì è notte fon­da - a letto e che la telefonata venga condita con battute del tipo: «Ah, e quindi lei come si chiama? E quanti anni ha?». Tutto questo per dire che, se il successo di una serie televi­siva dipende anche dall'affiatamento tra i componenti del cast, be', allora i fan possono dormire sonni tranquilli an­che per la prossima stagione, la settima (che andrà in onda in autunno su Fox Crime).


Sette anni passati a cercare di risolvere omicidi scellerati, stilando profili su profili di serial killer. Non vi siete ancora stufati? Non sognate mai di fare qualcosa di diverso? 


Gibson: «Prima di ogni episodio c'è la lettura della sceneg­giatura seduti al tavolo, insieme a tutti gli altri attori e cer­te volte, quando arriviamo alle scene più cruente, ci guardia­mo in faccia e ci diciamo: "E se per questa volta la buttassi­mo in commedia?". Invece no, non possiamo farlo. È vero, al­cune volte è pesante, ma è an­che molto interessante».

Gubler: «Ho rivolto la stessa domanda all'agente dell'Fbi in pensione che ci aiuta nella stesura di alcune storie, ripe­scandole dal suo archivio infi­nito. Be', mi ha fatto riflettere: mi ha detto che, in fondo, sia­mo fortunati. Lui ha avuto a che fare con serial killer veri. Noi, che trattiamo solo con quelli finti, non possiamo la­mentarci».


Secondo voi due a cosa è dovu­to il successo della serie? 


Gubler: «Me lo sono chiesto di­verse volte, soprattutto perché negli Usa la maggioranza del nostro pubblico televisivo è femminile e mi è sempre sem­brato strano che storie di vio­lenza attirino così  tanto le donne. Probabilmente tutti noi abbiamo una naturale at­trazione verso ciò che non conosciamo e verso gli aspetti bui dell'essere umano. In più, c'è quello che io chiamo "l'ef­fetto incìdente stradale": quando ne capita uno, è impossi­bile non rallentare per fermarsi a guardare, fa parte della natura umana».
Gibson: «Un'altra cosa che credo attiri il nostro pubblico è il modo in cui sono costruite le storie. Alla fine non puoi non chiederti: che cosa è andato storto nella vita di questa persona per farla diventare quello che è adesso, per farle commettere simili crimini?».


"Criminal Minds" è uno dei telefilm più longevi. Immagino che l'affiatamento del cast sia un fattore importante.



Gibson: «Assolutamente sì. Andiamo tutti d'accordo e le as­sicuro che non è sempre così quando si gira una serie tele­visiva. Probabilmente anche questo feeling viene trasmesso al pubblico».


Matthew ha diretto due episodi della serie. Come è stato averlo come regista?


Gibson: «Straordinario. Credo che, nel futuro, non avrà problemi a decidere che cosa vorrà fare, se l'attore o il regi­sta. Per quanto mi riguarda, potrebbe benissimo fare en­trambe le cose perché è davvero bravo».



Gubler: «Grazie Thomas, sei gentile. La verità è che, con un cast così preparato e unito, dirigere è un gioco da ragazzi, chiunque potrebbe farlo. È veramente il sogno di ogni regi­sta alle prime armi,come me, quello di trovarsi con un gruppo di persone così di talento. Certo, è stato strano tro­varsi dall'altra parte della macchina da presa, ma poi tutto è filato liscio proprio grazie ai miei colleghi». 


Gibson: «Matthew ci aveva detto di aver frequentato la scuola di regia, ma nessuno ci credeva davvero. Poi, quan­do l'abbiamo visto dietro la cinepresa, abbiamo capito: questo ragazzo sa davvero il fatto suo». 


Matthew, il suo look è molto cambiato dall'inizio della serie. È stata un'idea sua o degli sceneggiatori?



Gubler: «Sono felice che lo abbia notato perché ci tengo davvero ai miei capelli. In realtà, all'inizio non avevo tanta libertà, ma stagione dopo stagione me ne sto prendendo sempre di più. Non volevo che il mio personaggio fosse im­mutabile: cambiare taglio di capelli è un modo per toglierlo dalla staticità che altri personaggi di altre serie hanno e che, personalmente, non amo».



Visto che il dottor Spencer Reid è un piccolo genio, i tele­spettatori si aspettano che lei sia cosi anche nella realtà? È difficile essere all'altezza delle loro aspettative? 

Gibson: «Lo chiedono sempre anche a me: "Ma Matthew è davvero così intelligente?". Io, ovviamente, rispondo di no, che è tutta finzione!».

Gubler: «Purtroppo sì, nel senso che so di lasciare i miei fan insoddisfatti. Appena mi incontrano, capiscono che non sono neanche lontanamente intelligente come Spencer e le assicuro che posso leggere la delusione sui loro volti».



Potete anche ascoltare le voci di Thomas Gibson e Matthew Gray Gubler seguendo questo link.


Foto dell'articolo su Grazia









Fonte: Grazia



 

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